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Dalla responsabilità sociale alla commessa reale: come le aziende possono costruire lavoro attraverso l’artigianato inclusivo

Quando parliamo di responsabilità sociale d’impresa, molto spesso immaginiamo una serie di azioni che, per quanto importanti, rimangono in qualche modo separate dalla vita quotidiana dell’azienda. Una donazione, una sponsorizzazione, il sostegno a un’associazione, l’acquisto di prodotti solidali in occasione del Natale oppure una giornata dedicata al volontariato aziendale sono tutte iniziative che possono avere un valore reale e che, in molti casi, permettono a progetti sociali di continuare a esistere. Il punto, però, è capire se possiamo andare oltre e provare a costruire un rapporto diverso tra impresa e inclusione, facendo in modo che l’impatto sociale non arrivi soltanto dopo che l’azienda ha prodotto il proprio valore, ma nasca anche dentro i processi attraverso i quali quel valore viene prodotto.

La domanda, allora, potrebbe essere diversa da quella che facciamo di solito. Non soltanto quanto siamo disposti a destinare alla responsabilità sociale, ma quanta parte di ciò che un’azienda fa già ogni giorno potrebbe diventare un’occasione concreta di lavoro per qualcuno che, altrimenti, rischierebbe di restare fuori.

Un’impresa compra prodotti, affida lavorazioni, organizza eventi, prepara welcome kit, realizza regali per clienti e dipendenti, commissiona piccoli oggetti personalizzati, sviluppa campagne, costruisce packaging e, in alcuni casi, ha bisogno di produzioni che non richiedono necessariamente una filiera industriale di grandi dimensioni. Se una parte di queste esigenze potesse incontrare un progetto di artigianato inclusivo, non avremmo semplicemente un’azienda che sostiene economicamente un’iniziativa sociale, ma avremmo una commessa reale che, mentre risponde a un bisogno dell’impresa, può generare apprendimento, responsabilità, lavoro e autonomia.

È una differenza che può sembrare sottile ma, secondo me, cambia completamente la prospettiva.

Perché se vogliamo parlare seriamente di inserimento lavorativo, a un certo punto dobbiamo arrivare al lavoro vero. Non possiamo immaginare che una persona possa trascorrere anni tra laboratori, corsi, simulazioni, attività preparatorie e tirocini senza che ciò che fa incontri mai una domanda reale. Prima o poi deve esistere qualcuno che abbia bisogno di quel prodotto, che lo abbia ordinato, che lo paghi e che si aspetti che venga realizzato con una determinata qualità e dentro tempi concordati.

È proprio qui che la metodologia Place and Train diventa particolarmente interessante.

Per molto tempo abbiamo ragionato soprattutto secondo una logica opposta: prima formiamo, poi verifichiamo, poi prepariamo ancora e, soltanto quando riteniamo che una persona sia sufficientemente pronta, proviamo a inserirla in un contesto lavorativo. È un modello che nasce con l’intenzione di proteggere e preparare, ma che può avere un limite evidente, perché quel momento nel quale una persona viene considerata finalmente pronta rischia di spostarsi continuamente più avanti.

Place and Train prova a ribaltare la sequenza. Non significa prendere una persona, metterla davanti a una commessa e aspettare che in qualche modo riesca a cavarsela, perché sarebbe semplicemente irresponsabile. Significa, invece, partire da un’attività reale e costruire intorno a quella attività la formazione che serve davvero, con un tutoraggio adeguato, tempi sostenibili, responsabilità progressive e la possibilità di imparare mentre si sta facendo qualcosa che possiede già una destinazione.

Questo, dentro MAD in Naples, può diventare molto concreto.

Se un’azienda ha bisogno di cinquanta, cento o duecento oggetti per un evento, il percorso può iniziare proprio da quella necessità. Bisogna capire cosa vuole realizzare, quali materiali utilizzare, quale livello di personalizzazione è possibile, quali quantità possono essere sostenute, quanto tempo serve, quali fasi della lavorazione possono essere affidate a persone che stanno costruendo o ricostruendo le proprie competenze e quali, invece, richiedono inizialmente un affiancamento maggiore.

A quel punto la formazione non viene più pensata in astratto.

Se devo imparare una lavorazione, la imparo perché quell’oggetto deve essere consegnato. Se devo acquisire maggiore precisione, lo faccio perché esiste uno standard qualitativo da rispettare. Se sbaglio, correggo un errore che appartiene a un processo vero e non a una simulazione costruita per farmi esercitare. Se miglioro, posso vedere concretamente che quella maggiore competenza produce un risultato che qualcuno utilizzerà.

Questo cambia molto anche dal punto di vista della persona coinvolta.

Perché un conto è realizzare qualcosa sapendo che si tratta di un esercizio, un altro è sapere che quell’oggetto è stato richiesto da qualcuno, che farà parte di un evento, che verrà regalato a un cliente o che entrerà dentro una collaborazione reale. Non è soltanto una questione economica, anche se naturalmente quella è importante. È una questione di significato.

Ciò che sto facendo serve.

Qualcuno ne ha bisogno.

Il mio contributo ha una destinazione.

Ed è proprio questa sensazione che può aiutare una persona a smettere gradualmente di percepirsi soltanto come beneficiaria di un progetto e iniziare a riconoscersi come parte di un processo produttivo.

Naturalmente tutto questo funziona soltanto se non utilizziamo la componente sociale per giustificare una qualità più bassa.

Credo che su questo dobbiamo essere molto chiari.

Un prodotto realizzato all’interno di un percorso di inclusione non dovrebbe essere acquistato perché qualcuno prova pietà per la persona che lo ha creato. Può certamente esserci una motivazione sociale nell’acquisto, ma non può essere l’unica. L’oggetto deve piacere, deve funzionare, deve avere una sua identità e deve essere coerente con ciò che il cliente ha richiesto.

Altrimenti rischiamo di costruire un mercato parallelo nel quale le persone con fragilità possono lavorare soltanto fino a quando qualcuno decide di comprare qualcosa per fare una buona azione.

Non è questo il tipo di inclusione che ci interessa.

A noi interessa molto di più immaginare un prodotto che venga scelto perché ha un valore proprio e che, oltre a quel valore, porta con sé un processo capace di generare un impatto sociale. Non “compralo perché aiuti qualcuno”, quindi, ma “compralo perché ti serve, perché ti piace e perché il modo in cui è stato prodotto genera anche opportunità”.

Sembra una differenza linguistica, ma in realtà è una differenza culturale enorme.

Significa passare dalla beneficenza al lavoro.

E significa anche cambiare il ruolo dell’azienda.

L’impresa non viene più chiamata semplicemente a finanziare qualcosa che avviene altrove, ma può diventare parte del processo stesso. Una propria esigenza può trasformarsi in una commessa, la commessa genera attività, l’attività genera apprendimento e, quando il modello riesce a diventare continuativo, può generare reddito e occupazione.

In questo senso la responsabilità sociale smette di vivere soltanto dentro una voce separata del budget e comincia a entrare negli acquisti, nella progettazione, nella scelta dei fornitori e nel modo in cui l’azienda costruisce le proprie relazioni con il territorio.

È una responsabilità sociale molto meno spettacolare, forse, ma molto più concreta.

Perché non si limita a dire “sosteniamo un progetto”, ma prova a chiedersi “come possiamo fare in modo che una parte di ciò che già facciamo produca anche un valore sociale?”.

Non sempre bisogna partire da un prodotto già esistente

Una delle cose che trovo più interessanti è proprio la possibilità di lavorare sulla co-progettazione.

Un’azienda può avere un’esigenza che non trova già pronta nello shop. Può voler realizzare un regalo particolare per un evento, una piccola linea dedicata ai dipendenti, un oggetto che richiami un progetto interno, oppure può avere dei materiali che normalmente vengono scartati e che potrebbero essere trasformati in qualcosa di nuovo.

In quel caso il lavoro può iniziare molto prima della produzione.

Bisogna parlare con l’azienda, capire cosa vuole ottenere, studiare il materiale, fare delle prove, sbagliare, modificare il prototipo e arrivare, poco alla volta, a una soluzione che abbia senso sia dal punto di vista estetico sia dal punto di vista produttivo.

Anche questa parte è lavoro.

Anzi, forse è una delle parti più formative, perché aiuta a capire che realizzare un oggetto non significa semplicemente sedersi a un tavolo e assemblare dei materiali. Dietro ci sono un cliente, un problema da risolvere, un budget, dei tempi, una qualità attesa e un’organizzazione che deve riuscire a tenere insieme tutto questo.

E per una persona che sta costruendo un percorso di autonomia, entrare gradualmente dentro questi meccanismi significa iniziare a comprendere il lavoro per quello che è davvero.

Non una sequenza di compiti isolati, ma una rete di responsabilità.

Anche l’errore cambia significato quando il lavoro è reale

C’è poi un’altra cosa che spesso tendiamo a nascondere quando raccontiamo i progetti sociali: gli errori.

Nelle fotografie tutto funziona sempre. Le persone sorridono, gli oggetti sono belli, le consegne arrivano in tempo e il progetto sembra procedere senza difficoltà.

La realtà, naturalmente, è diversa.

Un prototipo può venire male. Una persona può avere bisogno di più tempo del previsto per imparare una tecnica. Una lavorazione può dover essere rifatta. Una giornata può essere più difficile di un’altra e la concentrazione può diminuire.

È qui che diventa importante capire cosa intendiamo davvero per inclusione.

Non significa fingere che le difficoltà non esistano, ma creare un contesto nel quale quelle difficoltà possano essere affrontate senza che diventino immediatamente un motivo di esclusione.

Se una persona sbaglia una lavorazione, bisogna capire perché è successo. Serve più tempo? La consegna era poco chiara? Quell’attività non è ancora adatta al suo livello di autonomia? Serve un affiancamento diverso?

Sono domande normali in qualsiasi processo produttivo, soltanto che quando la persona ha attraversato un disagio psichico rischiamo di leggere ogni difficoltà attraverso la fragilità.

L’errore smette di essere un errore e diventa improvvisamente “la prova che non ce la fa”.

È esattamente questo automatismo che dobbiamo evitare.

Perché se davvero crediamo nella formazione on the job, dobbiamo anche accettare che imparare mentre si lavora significa avere la possibilità di sbagliare mentre si lavora, naturalmente dentro un sistema che garantisca qualità al cliente e supporto alla persona.

La vera sfida non è avere una commessa, ma averne un’altra dopo

Una singola collaborazione può creare una bella esperienza.

Il problema è quello che succede dopo.

Se un’azienda affida cento oggetti una volta e poi non accade più nulla per un anno, abbiamo certamente prodotto un’attività utile, ma difficilmente abbiamo costruito lavoro.

Il lavoro ha bisogno di continuità.

Ed è forse questa la parte più difficile, perché significa spostare l’attenzione dal singolo progetto alla costruzione di una piccola filiera capace di generare commesse nel tempo.

Una commessa può permettere a una persona di apprendere una tecnica.

Più commesse le permettono di consolidarla.

Una produzione continuativa può iniziare a costruire un ruolo.

Ed è proprio qui che MAD in Naples può provare ad avere una funzione diversa da quella di un semplice shop, diventando un punto di incontro tra artigiani, persone con vissuti di fragilità, professionisti, creativi e aziende che hanno bisogni produttivi concreti.

Dobbiamo, in sostanza, provare a costruire mercato.

Perché possiamo formare una quantità infinita di persone, ma se quelle competenze non incontrano una domanda economica reale continueremo a produrre percorsi che si interrompono esattamente nel momento in cui dovrebbero diventare occupazione.

Le aziende, però, non hanno soltanto commesse da offrire

Hanno anche competenze.

E questa è una parte del modello che secondo me potrebbe diventare molto interessante.

Immaginiamo un’azienda che non si limiti ad affidare una produzione, ma metta a disposizione anche qualche ora delle proprie competenze. Una persona che lavora nel marketing può spiegare come viene valutato un prodotto. Un responsabile acquisti può raccontare quali sono gli elementi che rendono un fornitore affidabile. Un designer può contribuire alla costruzione di una nuova linea. Qualcuno che lavora nella logistica può aiutarci a organizzare meglio packaging e spedizioni.

In quel momento non esistono più soltanto “l’azienda che aiuta” e “il progetto sociale che riceve”.

Esiste uno scambio.

L’impresa mette a disposizione competenze e domanda, mentre il progetto restituisce prodotti, creatività, impatto e una relazione con il territorio.

È un modello che mi interessa molto di più della semplice sponsorizzazione, perché mette tutti dentro un processo nel quale ciascuno porta qualcosa.

Ed è probabilmente questa la forma più matura di inclusione: non costruire una relazione basata sulla pietà, ma sulla reciprocità.

Anche l’impatto deve essere misurato diversamente

Se cambiamo modello, dovremmo cambiare anche il modo in cui raccontiamo i risultati.

Nei progetti sociali siamo abituati a contare quante persone hanno partecipato, quante ore di attività sono state svolte e quanti laboratori abbiamo organizzato.

Sono dati importanti, ma se diciamo che vogliamo generare lavoro credo che dobbiamo iniziare a chiederci anche altro.

Quante commesse vere sono state realizzate?

Quante persone hanno lavorato su quelle commesse?

Quante hanno acquisito una competenza che prima non avevano?

Quante sono riuscite progressivamente a svolgere un’attività con maggiore autonomia?

Quanto reddito è stato generato?

Quante aziende sono tornate una seconda volta?

Quante collaborazioni occasionali sono diventate rapporti continuativi?

Perché alla fine, se il nostro obiettivo è creare lavoro, dobbiamo avere anche il coraggio di misurare il lavoro.

Non per ridurre tutto a un foglio Excel, ma per capire se ciò che stiamo facendo sta davvero costruendo autonomia oppure se stiamo semplicemente organizzando attività che funzionano finché esiste il finanziamento di turno.

È qui che vedo il ruolo di MAD in Naples

Da una parte ci sono persone, artigiani, creativi e percorsi di recovery.

Dall’altra ci sono aziende che hanno esigenze reali, budget, standard qualitativi, tempi da rispettare e prodotti di cui hanno bisogno.

In mezzo serve qualcuno capace di tenere insieme questi due mondi senza snaturarne nessuno.

L’azienda deve continuare a essere un’azienda e non può essere costretta ad accettare qualsiasi risultato soltanto perché il progetto è sociale.

Allo stesso tempo la persona non può essere schiacciata da ritmi e modalità produttive che ignorano completamente il suo percorso.

Serve progettazione.

Serve tutoraggio.

Serve capire quali commesse siano compatibili, in quale quantità e con quali tempi. Serve costruire una produzione che riesca a rispettare il cliente senza consumare le persone coinvolte.

Non è semplice e sarebbe sbagliato raccontarlo come se lo fosse.

Ma è proprio questa complessità che rende il modello interessante.

Perché significa smettere di parlare di inclusione soltanto in teoria e iniziare a misurarci con il punto nel quale l’inclusione incontra davvero l’economia.

Non comprare per aiutare, ma collaborare per creare valore

Forse tutto può essere riassunto qui.

Comprare un prodotto per sostenere una causa è una cosa bella.

Comprare un prodotto perché ci serve, perché ci piace e perché risponde alle nostre esigenze, sapendo che il modo in cui viene realizzato genera anche un’opportunità di lavoro, è qualcosa di ancora più interessante.

Nel primo caso l’elemento sociale è la ragione principale dell’acquisto.

Nel secondo diventa parte del valore complessivo.

Ed è proprio questa seconda strada che può diventare sostenibile nel tempo, perché non dipende soltanto dalla disponibilità di qualcuno a “fare del bene”, ma dalla capacità di costruire prodotti, servizi e collaborazioni che abbiano un senso anche dentro l’economia reale.

È questo che MAD in Naples prova a fare.

Non trasformare l’artigianato inclusivo in un mondo separato nel quale le persone fragili possano essere occupate per qualche ora, ma costruire progressivamente occasioni nelle quali ciò che viene prodotto abbia una destinazione, un cliente e un valore.

Perché una commessa, vista dall’esterno, è semplicemente un ordine.

Ma dietro quell’ordine possono esserci una persona che impara una nuova attività, qualcuno che torna ad assumersi una responsabilità, un artigiano che trasferisce una competenza, un tutor che accompagna senza sostituirsi e un’azienda che riesce a soddisfare un proprio bisogno generando, nello stesso momento, qualcosa che va oltre il prodotto che riceverà.

E forse è proprio questo il passaggio che dovremmo iniziare a chiedere sempre più spesso alle imprese: non soltanto quanto siete disposte a investire nel sociale?, ma quale parte del vostro lavoro quotidiano potrebbe diventare, se progettata diversamente, un’opportunità di lavoro anche per qualcun altro?

Perché è quando l’inclusione entra dentro i normali processi economici che smette di essere soltanto un progetto.

E comincia, finalmente, ad assomigliare al lavoro.

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