Ultimi articoli

Dall’esperienza vissuta alla competenza riconosciuta: perché la salute mentale ha bisogno anche della voce di chi la attraversa

Per molto tempo, quando abbiamo parlato di salute mentale, abbiamo costruito quasi tutto intorno a una divisione che sembrava naturale: da una parte c’erano i professionisti, i servizi, le diagnosi, i percorsi terapeutici, le valutazioni e le decisioni; dall’altra c’era la persona che viveva il disagio, alla quale venivano rivolti interventi pensati, organizzati e spesso anche ben intenzionati, ma che non sempre lasciavano abbastanza spazio alla sua possibilità di partecipare davvero alla costruzione del proprio percorso.

Non c’è nulla di sbagliato, naturalmente, nel riconoscere il valore delle competenze professionali, perché la salute mentale ha bisogno di medici, psicologi, educatori, tecnici della riabilitazione, assistenti sociali e di tutte quelle figure che possiedono strumenti indispensabili per leggere situazioni complesse. Il problema nasce quando, quasi senza accorgercene, finiamo per considerare quello professionale come l’unico sapere legittimo, mentre tutto ciò che una persona ha imparato attraversando una crisi, un ricovero, una ricaduta, un periodo di isolamento o un lungo processo di ricostruzione viene confinato nella categoria della “testimonianza”, come se potesse emozionare, sensibilizzare o raccontare qualcosa, ma non contribuire davvero alle decisioni.

È una distinzione che sembra piccola, ma non lo è affatto.

Perché dire che una persona possiede un’esperienza significa riconoscere che ha vissuto qualcosa; dire che quell’esperienza può diventare una competenza significa riconoscere che, attraverso ciò che ha vissuto, quella persona può avere sviluppato un sapere che, se elaborato e messo al servizio degli altri, può assumere un valore concreto nei percorsi di cura, di recovery, di autonomia e di inserimento lavorativo.

Ed è forse proprio questo uno dei passaggi culturali più importanti che dobbiamo ancora compiere.

Recovery non significa tornare a essere quelli di prima

La parola recovery viene utilizzata sempre più spesso nel campo della salute mentale, ma rischia di perdere forza se la traduciamo semplicemente con l’idea di “guarigione” intesa come ritorno alla condizione precedente. Perché la vita, soprattutto dopo un’esperienza importante di disagio psichico, raramente funziona in questo modo.

Dopo una crisi, dopo un ricovero, dopo mesi nei quali anche alzarsi dal letto, uscire di casa o sostenere una conversazione possono diventare gesti enormemente più difficili di quanto appaiano dall’esterno, non sempre l’obiettivo può essere quello di cancellare ciò che è successo e tornare esattamente alla persona che si era prima. A volte quella persona non esiste più nello stesso modo, non necessariamente perché sia andato perso qualcosa, ma perché l’esperienza vissuta ha modificato la percezione di sé, dei propri limiti, delle proprie priorità e del rapporto con gli altri.

Recovery, almeno per come la intendiamo dentro una visione realmente orientata alla persona, significa allora qualcosa di più complesso e, per certi versi, anche più umano: significa poter costruire una vita significativa pur riconoscendo che la fragilità può esistere, che alcuni sintomi possono tornare, che ci sono momenti nei quali sarà necessario rallentare e che l’autonomia non coincide con la capacità di fare tutto da soli.

Significa tornare a scegliere.

Scegliere cosa provare a fare, quale lavoro cercare, quali responsabilità assumere, quali relazioni coltivare e persino quali rischi accettare. Perché se consideriamo davvero una persona adulta, non possiamo desiderare per lei l’autonomia e contemporaneamente sottrarle in modo permanente la possibilità di prendere decisioni che potrebbero anche rivelarsi sbagliate.

È qui che l’autodeterminazione smette di essere una parola da inserire nei progetti e diventa qualcosa di molto concreto.

C’è una differenza enorme tra costruire un percorso per qualcuno e costruirlo con qualcuno

Chiunque abbia accompagnato una persona in una fase di grave fragilità sa quanto sia difficile trovare il confine tra protezione e sostituzione. Quando qualcuno sta molto male è naturale che la famiglia, i servizi e i professionisti si assumano una parte maggiore delle decisioni, perché in alcuni momenti può essere necessario farlo.

La difficoltà nasce quando quella modalità, nata per affrontare una fase particolare, diventa la forma normale della relazione.

Si decide per la persona perché “sappiamo cosa le fa bene”. Si stabilisce quale attività sia più adatta perché “non vogliamo metterla sotto pressione”. Si rimanda un’esperienza lavorativa perché “non è ancora pronta”. Si riducono progressivamente le occasioni di scelta con l’intenzione di proteggerla e, paradossalmente, proprio mentre diciamo di voler costruire autonomia rischiamo di creare un ambiente nel quale la persona ha sempre meno possibilità di esercitarla.

L’autodeterminazione non significa lasciare qualcuno solo davanti alle conseguenze delle proprie decisioni, né fingere che la fragilità non esista. Significa costruire un sostegno che renda possibile scegliere, piuttosto che scegliere al posto dell’altro.

Ed è qui che il supporto tra pari può introdurre qualcosa di estremamente interessante.

Quando chi ti sta accanto conosce, almeno in parte, il territorio che stai attraversando

Ci sono esperienze che possono essere studiate, osservate e comprese professionalmente e che, allo stesso tempo, possiedono una dimensione che si percepisce in maniera diversa quando la si è vissuta sulla propria pelle.

La paura di raccontare a qualcuno di aver attraversato una crisi psichica. Il timore che ogni comportamento venga interpretato attraverso la diagnosi. La sensazione di essere diventati improvvisamente “il paziente” prima ancora che una persona con desideri, capacità, contraddizioni e aspirazioni. Il rientro nel lavoro dopo mesi di assenza, quando anche un piccolo errore può essere vissuto come la conferma di non essere più all’altezza. Il disagio di chiedere aiuto perché si teme che quella richiesta venga interpretata come incapacità.

Non significa che tutte le persone che hanno vissuto un disagio psichico provino le stesse cose, naturalmente, perché sarebbe un’altra semplificazione. Significa però che chi ha attraversato percorsi simili può possedere una chiave di accesso differente ad alcune paure, esitazioni e difficoltà che dall’esterno risultano meno immediatamente leggibili.

Quando una persona incontra qualcuno che può dirle, senza retorica, “non so esattamente quello che stai vivendo, ma conosco almeno in parte il tipo di strada di cui stai parlando”, può ridursi quella distanza che spesso rende difficile persino chiedere aiuto.

E forse il valore più profondo del supporto tra pari sta proprio qui: non nel promettere che tutto andrà bene, ma nel rendere credibile l’esistenza di un dopo.

L’esperienza vissuta, però, non diventa automaticamente competenza

Questo passaggio è fondamentale, perché altrimenti rischiamo di cadere nell’eccesso opposto e pensare che aver vissuto una determinata esperienza renda automaticamente capaci di accompagnare qualcun altro.

Non è così.

Una storia personale può diventare una risorsa quando è stata elaborata, quando la persona ha imparato a riconoscere i propri limiti, quando sa distinguere ciò che appartiene alla propria esperienza da ciò che appartiene a quella dell’altro e, soprattutto, quando non utilizza il proprio percorso come modello da imporre.

È qui che assume significato la figura dell’ESP, Esperto in Supporto tra Pari, perché l’elemento centrale non è soltanto avere attraversato un disagio psichico, ma essere riusciti a trasformare ciò che si è vissuto in una forma di sapere capace di accompagnare altre persone senza sostituirsi a loro.

L’ESP non dice: “Io ho fatto così, quindi devi farlo anche tu”.

Dice, semmai: “Io ho attraversato qualcosa che, per alcuni aspetti, può assomigliare a ciò che stai vivendo; posso aiutarti a capire quale potrebbe essere la tua strada, senza pretendere che sia uguale alla mia”.

Questa differenza contiene tutto.

Perché il supporto tra pari non ha senso se produce una nuova forma di dipendenza. Ha senso se contribuisce a restituire alla persona la possibilità di leggere ciò che le sta accadendo, formulare domande, riconoscere i propri bisogni e partecipare con maggiore consapevolezza alle decisioni.

Il tutor ESP come ponte tra mondi che spesso parlano lingue diverse

Questa funzione diventa particolarmente interessante quando entriamo nel tema del lavoro.

Immaginiamo una persona che sta affrontando un percorso di inserimento lavorativo dopo un periodo di disagio psichico. Intorno a lei possono esserci il servizio di salute mentale, un ente del Terzo Settore, il tutor aziendale, il responsabile delle risorse umane, la famiglia e i colleghi.

Ognuno osserva la stessa esperienza da una prospettiva diversa.

L’azienda ha bisogno di parlare di responsabilità, orari, qualità, obiettivi e continuità. Il servizio di salute mentale conosce la storia clinica, i fattori di rischio, le risorse e le difficoltà. La famiglia può essere preoccupata e temere che il lavoro provochi una ricaduta. La persona, invece, potrebbe semplicemente avere paura di dire che non ha capito una consegna perché teme che una domanda possa essere interpretata come segno della propria fragilità.

È esattamente in questo spazio che il tutoraggio può fare la differenza.

Non perché il tutor ESP debba trasformarsi in interprete universale o assumere competenze cliniche che non gli appartengono, ma perché può aiutare a rendere leggibili aspetti che altrimenti rischiano di rimanere sommersi. Può sostenere la persona nel riconoscere una difficoltà prima che diventi ingestibile, aiutarla a formulare una richiesta, farle comprendere che chiedere un chiarimento non equivale a fallire e, quando il contesto lo consente, contribuire a creare un dialogo più realistico tra bisogni individuali ed esigenze organizzative.

A volte l’inserimento lavorativo non fallisce perché la persona non sia adatta al lavoro.

Fallisce perché un problema piccolo non viene intercettato quando è ancora piccolo.

Una consegna viene capita male, la persona non osa chiedere nuovamente una spiegazione, aumenta l’ansia, arrivano i primi ritardi, il responsabile interpreta quei comportamenti come disinteresse, la persona avverte il giudizio e si chiude ulteriormente. Dopo qualche settimana ciò che avrebbe potuto essere affrontato con una conversazione diventa una crisi del rapporto e tutti finiscono per concludere che “l’inserimento non ha funzionato”.

Il tutoraggio serve anche a evitare che questo accada.

Accompagnare non significa proteggere da ogni difficoltà

Se vogliamo parlare seriamente di inclusione lavorativa, dobbiamo però accettare una cosa che qualche volta facciamo fatica a dire: il lavoro può essere difficile.

Può esserlo per chiunque.

Ci sono colleghi con i quali non andiamo d’accordo, responsabili che comunicano male, giornate nelle quali la pressione è più alta, scadenze che arrivano tutte insieme e momenti nei quali vorremmo semplicemente non avere responsabilità.

Costruire un percorso inclusivo non significa eliminare questa parte della realtà, perché se lo facessimo creeremmo ambienti artificiali che preparano molto poco alla vita fuori da quei contesti.

Il supporto dovrebbe servire, invece, a rendere le difficoltà attraversabili.

Un buon tutor non dice continuamente “faccio io”.

Dice: “Proviamo a capire come puoi farlo tu e dove posso aiutarti”.

È una differenza che può sembrare sottile, ma sulla costruzione dell’autonomia produce effetti enormi, perché una persona acquisisce fiducia non quando qualcuno la protegge da ogni errore, ma quando scopre di essere capace di affrontare anche ciò che non è andato come previsto.

P’AZZ e il valore di mettere intorno allo stesso tavolo saperi diversi

È proprio da questa idea di incontro che nasce una parte importante dell’esperienza di P’AZZ.

Negli anni abbiamo imparato che intorno ai temi della salute mentale, del lavoro e dell’autonomia esistono moltissime competenze, ma che spesso queste competenze rimangono separate. I servizi conoscono profondamente la dimensione della salute mentale, ma non sempre quella delle imprese; le aziende possono avere una disponibilità reale verso l’inclusione, ma non sapere come trasformarla in un percorso concretamente sostenibile; le associazioni conoscono i territori e le persone, mentre chi ha attraversato in prima persona un percorso di recovery possiede un sapere che troppo spesso viene invitato a raccontare, ma molto meno spesso a utilizzare.

Da qui una frase che, dentro P’AZZ, sintetizza bene il problema: non siamo pochi, siamo sparpagliati.

Mettere in relazione questi mondi non significa costruire l’ennesimo luogo nel quale alcuni professionisti parlano di persone che non sono presenti. Significa creare condizioni nelle quali chi possiede un’esperienza vissuta possa entrare nella discussione non come oggetto del discorso, ma come parte del processo.

Il Festival, il P’AZZ Camper, gli incontri con le aziende, il confronto sul mantenimento occupazionale e sul tutoraggio acquistano senso esattamente quando riescono a produrre questo tipo di contaminazione.

Perché nessuno possiede da solo tutte le risposte.

E soprattutto perché se stiamo costruendo un percorso che riguarda la vita di qualcuno, quella persona dovrebbe avere qualcosa da dire su come quel percorso viene costruito.

Non possiamo continuare a chiedere alle persone soltanto di raccontare quanto sono state male

Negli ultimi anni è accaduta una cosa positiva: si parla molto di più di salute mentale.

Ci sono testimonianze pubbliche, campagne di sensibilizzazione, persone che hanno avuto il coraggio di raccontare depressione, ansia, psicosi, ricoveri, fragilità e momenti nei quali la vita sembrava essersi fermata.

Tutto questo ha contribuito a rompere una parte dello stigma.

Ma adesso dobbiamo compiere un passaggio successivo.

Perché una persona che ha attraversato un disagio psichico non può diventare interessante soltanto quando racconta la propria sofferenza.

Può avere competenze.

Può partecipare alla progettazione di un servizio.

Può accompagnare altre persone.

Può lavorare dentro un’organizzazione.

Può contribuire a formare professionisti e aziende.

Può diventare tutor.

Può sedersi a un tavolo nel quale si discute di politiche sulla salute mentale e avere qualcosa da dire che non deriva soltanto dal fatto di “essere stato male”, ma dal sapere che quella esperienza ha prodotto.

Ed è qui che avviene il passaggio dall’esperienza vissuta alla competenza riconosciuta.

Finché invitiamo una persona sul palco per raccontare la propria storia e poi, quando arriva il momento di prendere decisioni, torniamo a parlare soltanto tra professionisti, abbiamo certamente fatto un passo avanti rispetto al silenzio del passato, ma non abbiamo ancora costruito una vera partecipazione.

Se è una competenza, allora dobbiamo trattarla come tale

C’è poi una conseguenza della quale dobbiamo parlare apertamente.

Se consideriamo il sapere esperienziale una competenza, non possiamo pensare che debba essere sempre offerto gratuitamente.

Il volontariato ha un valore enorme e continuerà ad averlo, ma esiste una differenza tra scegliere di mettere gratuitamente a disposizione parte del proprio tempo e vedere sistematicamente considerata gratuita una competenza soltanto perché nasce da un’esperienza personale.

Non possiamo dire a qualcuno che il suo sapere è prezioso e poi riconoscere economicamente soltanto quello degli altri professionisti presenti allo stesso tavolo.

Se la figura dell’ESP deve assumere un ruolo realmente significativo nei percorsi di supporto tra pari, ha bisogno di formazione, supervisione, confini chiari, responsabilità definite e, quando viene inserita in un’attività professionale, di un riconoscimento anche economico.

Non perché la sofferenza debba diventare un mestiere.

Sarebbe una lettura profondamente sbagliata.

Ma perché una persona può aver trasformato ciò che ha attraversato in una capacità professionale che non coincide più con il semplice fatto di aver vissuto quella esperienza.

Ed è proprio questo che permette di uscire dalla categoria eterna del “beneficiario”.

Chi ieri ha ricevuto supporto può, in un momento diverso della propria vita, essere in grado di offrirlo.

Recovery significa anche poter cambiare posizione

Forse uno degli aspetti più belli della recovery è proprio questo: non essere condannati a occupare per sempre lo stesso posto.

Una persona può attraversare una fase nella quale ha bisogno di molto aiuto e, anni dopo, trovarsi nella condizione di accompagnare qualcun altro.

Può essere stata fuori dal lavoro e diventare una collega.

Può essere entrata nei servizi come utente e, successivamente, contribuire alla progettazione di quegli stessi servizi.

Può aver vissuto una crisi senza che quella crisi diventi l’unico modo attraverso il quale gli altri continuano a guardarla.

Non significa dimenticare ciò che è successo.

Significa impedire che ciò che è successo diventi un confine.

Ed è forse questo che dovremmo chiedere ai nostri sistemi di salute mentale, ai progetti sociali e al mondo del lavoro: non semplicemente aiutare le persone a stare meglio, ma creare condizioni affinché possano tornare a occupare ruoli reali, assumere responsabilità, scegliere e contribuire.

Perché essere ascoltati è importante, ma c’è qualcosa che viene ancora dopo.

Essere riconosciuti come persone la cui voce può modificare ciò che viene deciso.

È lì che l’ascolto diventa partecipazione.

È lì che la partecipazione diventa autodeterminazione.

Ed è lì che l’esperienza vissuta smette di essere soltanto la storia di qualcosa che è accaduto e può diventare una competenza capace di generare valore per qualcun altro.

Dentro MAD in Naples e nell’esperienza di P’AZZ proviamo a muoverci proprio in questa direzione, mettendo insieme persone con vissuti differenti, professionisti, imprese, associazioni e istituzioni, perché siamo convinti che una società realmente inclusiva non sia quella nella quale qualcuno prende decisioni migliori per le persone fragili, ma quella nella quale quelle persone vengono messe, gradualmente e con tutto il supporto necessario, nelle condizioni di tornare a prendere parte alle decisioni che riguardano la propria vita.

Perché la recovery, in fondo, non consiste soltanto nel tornare a stare meglio.

Consiste anche nel tornare ad avere voce.

Categoria articolo:: Categoria principale

Lascia un commento