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IPS – Individual Placement and Support: quando il lavoro non arriva alla fine del percorso, ma diventa parte del percorso

Per molti anni abbiamo costruito l’inserimento lavorativo delle persone con disagio psichico intorno a una convinzione apparentemente ragionevole: prima bisogna stare meglio, poi bisogna formarsi, poi bisogna dimostrare di essere abbastanza autonomi e, soltanto quando tutte queste condizioni sembrano essere soddisfatte, si può provare a entrare nel mondo del lavoro.

Sulla carta sembra funzionare, nella vita reale, però, quel “prima” può diventare lunghissimo.

Una persona attraversa un percorso terapeutico, poi un laboratorio, poi un corso di formazione, magari un tirocinio, poi un’altra attività preparatoria. Nel frattempo passano mesi, qualche volta anni, e il lavoro continua a rimanere qualcosa che esiste sempre un po’ più avanti. Una specie di traguardo da raggiungere quando finalmente si sarà diventati abbastanza pronti per meritarselo.

Il modello IPS, Individual Placement and Support, nasce proprio dalla messa in discussione di questa logica.

Non è un modello nuovo in senso cronologico: le sue origini risalgono agli anni Novanta e oggi esiste una letteratura scientifica molto ampia sulla sua efficacia. È però profondamente moderno nel modo in cui ribalta la relazione tra salute mentale, riabilitazione e lavoro, perché parte da un principio che continua ad apparire rivoluzionario: se una persona vuole lavorare, non dobbiamo necessariamente aspettare che completi un infinito percorso di preparazione prima di iniziare a cercare un lavoro vero.

Dobbiamo aiutarla a trovare un lavoro reale e costruire intorno a quell’esperienza il supporto necessario perché possa mantenerlo e crescere.

IPS è infatti un modello evidence-based di supported employment, sviluppato in particolare per le persone con disturbi mentali gravi, nel quale l’obiettivo è l’accesso a un’occupazione competitiva nel mercato ordinario, scelta quanto più possibile sulla base delle preferenze e delle capacità della persona.

Prima una domanda diversa

Il cambiamento comincia ancora prima di cercare un’azienda. Nel modello tradizionale la domanda rischia di essere: questa persona è pronta per lavorare?

IPS prova a sostituirla con una domanda molto più concreta: questa persona vuole lavorare e quale tipo di lavoro potrebbe avere senso per lei?

La differenza sembra piccola, ma cambia completamente il punto di partenza.

Essere “pronti” è un concetto difficile da misurare. Quando possiamo dire davvero che qualcuno lo sia? Dopo tre mesi senza una crisi? Dopo un corso? Dopo aver dimostrato puntualità per un certo numero di settimane? Dopo aver raggiunto un determinato livello di autonomia?

Il rischio è costruire criteri che, invece di proteggere la persona, finiscono per mantenerla lontana dall’unico contesto nel quale alcune competenze possono realmente essere sviluppate: il lavoro stesso.

Nel modello IPS esiste per questo un principio molto forte, definito zero exclusion. Se una persona desidera lavorare, la presenza di una diagnosi, di sintomi, di una storia professionale frammentata o di precedenti difficoltà non dovrebbe diventare automaticamente un motivo per escluderla dal percorso. Non significa ignorare la complessità, significa smettere di utilizzare quella complessità come filtro preventivo.

È una differenza culturale enorme.

Perché non stiamo dicendo che tutti possano fare qualsiasi lavoro. Stiamo dicendo che il diritto a provare non dovrebbe essere subordinato alla capacità di apparire perfettamente guariti.

Place and Train: prima il lavoro reale, poi la formazione che serve davvero

IPS è probabilmente una delle applicazioni più chiare della logica Place and Train di cui abbiamo parlato anche in relazione ai nuovi modelli di inserimento lavorativo.

Prima si cerca un contesto professionale reale e poi si costruisce la formazione necessaria per svolgere quel lavoro.

Non un corso generico di sei mesi perché “potrebbe servire”. Non una simulazione infinita di ciò che un giorno potrebbe succedere in azienda. La formazione avviene intorno a problemi, strumenti, responsabilità e relazioni che esistono davvero.

Se una persona deve imparare a gestire una determinata attività, la impara mentre quell’attività produce qualcosa.

Se deve acquisire una competenza, la costruisce in relazione al lavoro che sta svolgendo.

Se emerge una difficoltà, non si conclude automaticamente che non fosse pronta. Si cerca di capire quale supporto possa permetterle di superarla.

Questo è forse uno degli aspetti più interessanti dell’IPS: il lavoro non viene considerato semplicemente il risultato finale della recovery.

Può diventare parte della recovery.

Lavorare significa avere un luogo in cui andare, un ruolo, una responsabilità, delle relazioni, un reddito, qualcosa che dipende anche dal proprio contributo. Per chi ha attraversato periodi in cui la propria identità è stata progressivamente assorbita dalla malattia, tornare a essere collega, lavoratore, professionista o artigiano può significare recuperare una parte di sé che non coincide con una diagnosi.

E questo non va romanticizzato. Il lavoro può produrre stress, difficoltà e perfino peggiorare alcune situazioni quando viene costruito male. IPS non sostiene che lavorare sia automaticamente terapeutico.

Sostiene qualcosa di più concreto: quando una persona vuole lavorare, la risposta dei servizi non dovrebbe essere quella di proteggerla dal lavoro, ma di aiutarla a entrarci e restarci nelle condizioni più sostenibili possibili.

Non basta trovare il lavoro

Qui emerge un altro equivoco.

Individual Placement and Support non significa semplicemente trovare rapidamente un posto di lavoro e considerare concluso il percorso.

Il termine Support è importante quanto Placement.

L’operatore IPS, spesso definito employment specialist, non scompare dopo l’assunzione. Continua a lavorare con la persona e, quando possibile e appropriato, con l’azienda, per affrontare difficoltà concrete, adattare il percorso, aiutare nella comunicazione e sostenere la permanenza nel lavoro.

Il supporto è personalizzato e non segue necessariamente una durata standard. Uno dei principi originari del modello è proprio la possibilità di continuare l’accompagnamento in funzione dei bisogni della persona, anziché interromperlo automaticamente allo scadere di un progetto.

Questa impostazione affronta un problema che incontriamo spesso nei progetti di inclusione.

Siamo molto concentrati sull’ingresso e molto meno sulla permanenza.

Festeggiamo l’assunzione, il tirocinio, la firma del contratto, ma spesso è ciò che succede nelle settimane successive a determinare il successo reale dell’inserimento. Arriva il primo errore. Una consegna non viene compresa. Cambia il responsabile. Il carico aumenta. La persona attraversa un momento di maggiore fragilità.

È lì che l’inclusione viene davvero messa alla prova.

Un buon percorso non deve impedire che queste cose accadano. Deve evitare che ogni difficoltà diventi automaticamente la fine del rapporto.

Cura e lavoro non possono vivere in due mondi separati

Un altro elemento centrale dell’IPS è l’integrazione tra i servizi per il lavoro e quelli della salute mentale.

Sembra ovvio, ma non lo è.

Molto spesso costruiamo sistemi paralleli. Da una parte ci sono medici, psicologi, tecnici della riabilitazione, educatori e servizi territoriali. Dall’altra aziende, centri per l’impiego, formazione e mondo produttivo. La persona si muove continuamente tra questi due universi, spesso costretta a tradurre da sola informazioni, difficoltà e necessità.

IPS prova a ridurre questa distanza.

L’employment specialist lavora in relazione con il team della salute mentale, perché il progetto lavorativo non viene considerato una cosa separata dalla vita della persona. Allo stesso tempo il lavoro non viene trasformato in terapia. Rimane lavoro, con responsabilità e obiettivi reali.

È proprio questa integrazione che rende il modello interessante anche per le aziende.

L’impresa non deve diventare un servizio sanitario. Un manager non deve trasformarsi in psicologo e un collega non deve assumersi responsabilità cliniche che non gli appartengono.

Serve invece una rete capace di intervenire quando necessario, permettendo all’azienda di continuare a fare l’azienda e alla persona di non essere lasciata sola nel tentativo di tenere insieme lavoro e salute mentale.

La stessa Commissione europea, parlando di supported employment, sottolinea l’importanza di un sostegno individualizzato e continuativo rivolto sia alla persona sia al datore di lavoro, con figure assimilabili al job coach e con interventi costruiti intorno alle capacità e alle caratteristiche specifiche del lavoratore.

Non basta trovare un lavoro qualsiasi

C’è poi un altro aspetto dell’IPS che mi sembra particolarmente importante: le preferenze della persona contano.

Potrebbe sembrare un lusso.

Quando qualcuno è rimasto a lungo senza lavoro, la tentazione è pensare che qualsiasi opportunità sia meglio di niente. In parte è comprensibile, soprattutto quando esiste un bisogno economico immediato.

Ma inserire una persona in un lavoro completamente incompatibile con le sue capacità, i suoi interessi o le sue condizioni rischia semplicemente di preparare il prossimo fallimento.

IPS non cerca un posto pur di poter dire che l’inserimento è avvenuto. Cerca, per quanto possibile, un incontro tra persona e lavoro.

Questo significa ascoltare.

Che cosa sa fare? Cosa vorrebbe fare? In quali ambienti riesce a stare meglio? Preferisce attività individuali oppure relazionali? Quanto pesa per lei un ambiente rumoroso? Come gestisce gli orari? Quali esperienze professionali ha avuto e cosa ha funzionato o non ha funzionato?

Non tutte le preferenze potranno essere soddisfatte e il mercato del lavoro continuerà ad avere i propri limiti, ma partire dalla persona aumenta la possibilità che l’inserimento possa diventare sostenibile.

È qui che Individual Placement and Support merita davvero il suo nome. Non stiamo collocando una categoria ma stiamo cercando un posto per una persona.

 

Ma funziona davvero?

Su IPS esiste ormai una quantità di ricerca difficile da ignorare.

L’IPS Employment Center raccoglie decine di studi randomizzati; nei 28 trial riportati dal centro, il tasso medio di accesso al lavoro competitivo è stato circa il 55% per i partecipanti IPS contro il 25% nei gruppi di controllo.

Non significa che IPS funzioni sempre, né che ogni persona mantenga il lavoro nel lungo periodo. Contesto economico, caratteristiche individuali, qualità dell’implementazione e mercato locale continuano a contare.

Ma la differenza con molti modelli tradizionali è significativa.

Uno studio olandese, per esempio, ha rilevato nell’arco di trenta mesi un accesso al lavoro competitivo nel 44% dei partecipanti IPS contro il 25% dei percorsi tradizionali. In Norvegia, in un trial su persone con disturbi mentali moderati o gravi, IPS ha ottenuto risultati superiori alle cure abituali sia a dodici sia a diciotto mesi.

E l’Italia non è estranea a questa esperienza.

A Reggio Emilia il modello è stato sperimentato all’interno dei servizi pubblici di salute mentale, mostrando la possibilità concreta di applicarlo anche nel nostro sistema. Uno studio pubblicato nel 2020 registrava, su 95 partecipanti, un tasso cumulativo di occupazione che raggiungeva il 44% a dodici mesi e il 61% a ventiquattro mesi.

Ancora più interessante è uno studio italiano pubblicato nel 2026, basato su 1.408 partecipanti IPS seguiti in sette Centri di Salute Mentale del Nord Italia, che conferma risultati occupazionali rilevanti nel lungo periodo e, allo stesso tempo, mostra una cosa importante: non tutti incontrano le stesse difficoltà e quindi il supporto deve rimanere realmente personalizzato.

La scienza, insomma, ci dice che non stiamo parlando semplicemente di una bella idea.

Stiamo parlando di un metodo.

E allora perché continuiamo a formare persone per lavori che non esistono?

Forse questa è la domanda più scomoda.

Continuiamo ancora troppo spesso a costruire lunghi percorsi di preparazione perché sono più semplici da controllare. Possiamo stabilire un programma, contare le ore, certificare una presenza, misurare una competenza.

Il lavoro reale è molto più disordinato.

Ci sono clienti, imprevisti, colleghi, scadenze, errori, cambiamenti.

Ma è proprio dentro questo disordine che impariamo davvero a lavorare.

E forse alcune persone con disagio psichico rimangono intrappolate per troppo tempo nella condizione di essere continuamente “in preparazione”, quando avrebbero bisogno di essere considerate persone che possono iniziare a contribuire.

Non senza supporto.

Non senza protezione.

Non fingendo che la fragilità non esista.

Ma lavorando.

IPS e la visione di MAD in Naples

È qui che vedo un collegamento molto forte con quello che MAD in Naples prova a costruire.

Se l’artigianato viene utilizzato soltanto come attività occupazionale, rischiamo di riprodurre lo stesso problema: creare luoghi nei quali una persona realizza qualcosa senza che quel qualcosa abbia realmente un mercato, un cliente, una destinazione.

Può avere un valore terapeutico e relazionale, certamente. Ma se parliamo di inserimento lavorativo dobbiamo fare un passo ulteriore.

Servono prodotti veri, commesse vere, standard qualitativi reali, clienti, collaborazioni con aziende e responsabilità progressive.

È qui che il fare cambia significato.

Un gioiello non viene realizzato perché dobbiamo riempire due ore di laboratorio. Viene realizzato perché qualcuno lo acquisterà.

Una commessa non viene simulata. Deve essere consegnata.

Un prodotto non deve essere bello “considerando chi lo ha fatto”. Deve essere bello.

Ed è proprio dentro questo passaggio che una persona smette gradualmente di essere soltanto beneficiaria di un progetto e può iniziare a diventare parte di un processo produttivo.

Con tutti i supporti necessari, naturalmente.

Perché il cuore dell’IPS non è lasciare le persone sole davanti al mercato del lavoro. È esattamente l’opposto.

Entrare prima nel mondo reale e continuare ad avere qualcuno accanto mentre si impara a starci.

Il lavoro non come premio, ma come diritto e possibilità

Per anni abbiamo considerato il lavoro come l’ultimo gradino della riabilitazione.

Prima devi stare meglio poi devi diventare autonomo, devi essere formato, forse, potrai lavorare. IPS ci propone di guardare questa sequenza da un altro punto di vista. Forse una parte dell’autonomia si costruisce proprio lavorando perché alcune competenze nascono soltanto quando qualcuno ha bisogno davvero di ciò che sappiamo fare.

Forse la fiducia non arriva sempre prima dell’esperienza, ma qualche volta nasce dopo aver scoperto che siamo riusciti a fare qualcosa che pensavamo di non saper più fare.

E forse dovremmo smettere di chiedere continuamente alle persone con disagio psichico di dimostrare di essere pronte per entrare nel mondo.

Dovremmo costruire un mondo del lavoro capace di accoglierle mentre diventano, giorno dopo giorno, sempre più pronte a starci.

Questo, in fondo, è il passaggio più potente dell’Individual Placement and Support.

Prima la persona. Poi il posto giusto. E intorno, tutto il supporto necessario perché quell’incontro possa diventare lavoro vero.

 

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