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Quanto costa davvero escludere una persona dal lavoro?

Quanto costa davvero escludere una persona dal lavoro?

Quando parliamo di lavoro, siamo abituati a ragionare quasi sempre al contrario. Ci chiediamo quanto costi assumere una persona, quanto costi formarla, quanto costi accompagnarla, quanto costi adattare un contesto, quanto costi dare tempo a qualcuno che magari arriva da una storia più complessa, da una fragilità, da un periodo di disagio psichico o da un percorso non lineare.

Sono domande legittime, certo. Ogni azienda deve fare i conti con risorse, organizzazione, sostenibilità economica, tempi, responsabilità. Però c’è una domanda che facciamo molto più raramente, forse perché è più scomoda e obbliga a guardare il problema da un’altra parte.

Quanto costa davvero escludere una persona dal lavoro?
Non quanto costa includerla. Quanto costa lasciarla fuori.

Perché l’esclusione non è mai neutra. Non è semplicemente una porta che resta chiusa, una candidatura scartata, un’occasione rimandata. L’esclusione produce effetti. Produce isolamento, perdita di fiducia, impoverimento delle competenze, dipendenza, distanza dalla comunità. Produce un costo umano, prima di tutto, ma anche un costo sociale ed economico che spesso non vediamo perché non finisce in una riga chiara di bilancio.

E forse il punto è proprio questo: siamo molto bravi a misurare ciò che spendiamo per includere, ma molto meno capaci di misurare ciò che perdiamo quando escludiamo.

Il lavoro non è mai solo lavoro

Una persona lasciata fuori dal lavoro non perde soltanto uno stipendio. Perde ritmo, ruolo, relazione, riconoscimento. Perde quella parte di quotidianità che permette a ciascuno di noi di sentirsi dentro qualcosa, utile a qualcuno, chiamato a contribuire. Il lavoro, nel bene e nel male, non è mai solo lavoro. È identità. È presenza. È un modo per dire “ci sono”.

Quando una persona attraversa un disagio psichico, questa dimensione diventa ancora più delicata. Perché spesso il percorso di fragilità porta già con sé interruzioni, pause, distanze, momenti in cui la vita sembra restringersi e il mondo degli altri continua ad andare avanti a una velocità che non si riesce più a sostenere. Se a tutto questo si aggiunge anche l’esclusione dal lavoro, il rischio è che quella persona venga letta soltanto attraverso ciò che ha perso, attraverso ciò che non riesce più a garantire, attraverso un vuoto nel curriculum o una difficoltà che diventa etichetta.

Ma una persona non coincide mai con il suo momento più difficile.

Il primo costo dell’esclusione: perdere valore senza accorgersene

Eppure il mercato del lavoro, spesso, ragiona così. Cerca linearità, continuità, prestazione, velocità, disponibilità immediata. Tutto ciò che devia da questa traiettoria viene percepito come rischio. Una pausa diventa sospetto. Una fragilità diventa dubbio. Un percorso terapeutico diventa qualcosa da nascondere. Il risultato è che molte persone non vengono scartate perché non hanno valore, ma perché quel valore non viene letto nel modo giusto.

Questo è il primo costo dell’esclusione: perdere valore senza accorgersene.

Perché dentro le storie difficili spesso ci sono competenze che non fanno rumore, ma che nel lavoro contano moltissimo. C’è la pazienza di chi ha dovuto ricostruire un equilibrio. C’è la capacità di ascolto di chi conosce la fatica. C’è l’attenzione ai dettagli di chi ha imparato a stare dentro un gesto, dentro un ritmo, dentro una routine. C’è la resilienza vera, non quella scritta nei profili professionali perché suona bene, ma quella che nasce quando ti ritrovi a dover ricominciare davvero.

Il problema è che queste competenze raramente arrivano confezionate nel modo in cui il lavoro le aspetta. Non sempre hanno una certificazione. Non sempre si raccontano bene in un colloquio. Non sempre stanno dentro una voce ordinata del CV. Hanno bisogno di contesti capaci di riconoscerle, di farle emergere, di trasformarle in partecipazione concreta.

Quando escludiamo, non perde solo la persona

Quando questo non accade, non perde solo la persona esclusa. Perde anche l’azienda, perde il territorio, perde la comunità.

Perde l’azienda, perché rinuncia a sensibilità, punti di vista, capacità e forme di intelligenza che potrebbero arricchire il lavoro. Perde il territorio, perché ogni persona lasciata ai margini diventa una possibilità non attivata. Perde la comunità, perché aumenta la distanza tra chi produce e chi resta fuori, tra chi partecipa e chi osserva da lontano, tra chi viene considerato risorsa e chi viene trattato come problema.

Includere non significa fare beneficenza

E qui bisogna essere molto chiari: includere non significa fare beneficenza. Non significa assumere qualcuno per pietà, né abbassare l’asticella, né fingere che le difficoltà non esistano. Significa costruire condizioni in cui una persona possa contribuire davvero, con i suoi tempi, con le sue capacità, con un contesto che non la schiacci alla prima fragilità.

Questa è una differenza enorme.

Perché l’inclusione fatta male può diventare un’altra forma di esclusione. Se inserisci una persona in un contesto che non sa accoglierla, senza tutoraggio, senza ascolto, senza adattamenti minimi, senza una lettura corretta dei tempi e delle difficoltà, stai solo spostando il problema più avanti. Stai dicendo “ti abbiamo aperto la porta”, ma poi lasciando che sia quella persona a doversi arrangiare dentro un sistema che continua a funzionare come prima.

La vera inclusione non chiede soltanto: “questa persona è adatta al lavoro?”
Chiede anche: “questo lavoro è costruito in modo da permettere alle persone reali di restarci dentro?”

Costruire lavori meno fragili per tutti

È qui che il tema diventa culturale, prima ancora che operativo.

Perché siamo cresciuti dentro un’idea di lavoro molto selettiva, dove chi regge resta e chi non regge viene sostituito. Ma questo modello ha un costo altissimo, anche per chi apparentemente funziona. Lo vediamo nel burnout, nella fatica emotiva, nella paura di sbagliare, nella pressione continua a mostrarsi sempre disponibili, sempre produttivi, sempre allineati. Se il lavoro consuma anche chi sta bene, figuriamoci cosa può fare a chi arriva da una storia di fragilità.

Allora forse il problema non è solo includere le persone fragili. Il problema è costruire lavori meno fragili per tutti.

Il ruolo dell’artigianato secondo MAD in Naples

MAD in Naples parte proprio da questa intuizione. L’artigianato, in questo senso, non è solo un’attività produttiva. È un modo diverso di pensare il rapporto tra persona, tempo e valore. Creare un oggetto richiede attenzione, pazienza, ripetizione, possibilità di errore, possibilità di ricominciare. Non chiede alla persona di essere immediatamente perfetta. Le permette di stare dentro un processo.

E questa cosa, per chi ha vissuto momenti di disagio psichico, può avere un valore enorme.

Perché quando una persona lavora con le mani, quando vede un oggetto prendere forma, quando riesce a portare a termine qualcosa, non sta semplicemente realizzando un prodotto. Sta recuperando fiducia. Sta sperimentando una capacità. Sta vedendo una prova concreta del proprio fare. Qualcosa che prima non esisteva, adesso esiste grazie al suo tempo, alla sua presenza, alla sua attenzione.

Un gioiello, un segnalibro, un piccolo manufatto non sono solo oggetti. Sono il risultato di un percorso. Sono il segno che una persona può tornare a contribuire, anche se magari il suo percorso non è stato lineare, anche se ha avuto bisogno di fermarsi, anche se ha attraversato un tempo difficile.

Il costo invisibile di ciò che non ascoltiamo

E allora il costo dell’esclusione diventa ancora più evidente.

Perché ogni volta che lasciamo una persona fuori dal lavoro, non stiamo solo evitando un rischio. Stiamo anche rinunciando a tutto quello che quella persona potrebbe generare se fosse messa nelle condizioni di farlo. Rinunciamo ai suoi gesti, alla sua esperienza, al suo punto di vista, alla sua capacità di creare relazione, alla possibilità che il suo percorso diventi valore per altri.

Ci siamo abituati a pensare che la fragilità costi. Ma forse dovremmo iniziare a chiederci quanto costa non ascoltarla.

Quanto costa trasformare una pausa in una colpa. Quanto costa leggere un disagio solo come limite. Quanto costa non dare una seconda possibilità a chi potrebbe tornare a lavorare, imparare, creare, partecipare. Quanto costa, soprattutto, costruire una società in cui alcune persone sentono di non avere più un posto.

Il lavoro come spazio di ricostruzione

Il lavoro non risolve tutto. Sarebbe ingenuo dirlo. Non basta un laboratorio, non basta un prodotto, non basta un inserimento lavorativo per cancellare la complessità della vita di una persona. Però il lavoro può essere un pezzo importante di ricostruzione, se viene pensato nel modo giusto. Può diventare spazio, ritmo, riconoscimento. Può restituire dignità, non come parola astratta, ma come esperienza quotidiana.

Ed è qui che l’inclusione smette di essere un tema “sociale” da raccontare nei progetti e diventa una scelta economica, culturale, umana.

Una società che esclude troppo spreca troppo. Spreca competenze, spreca storie, spreca energie, spreca futuro. Una società che include bene, invece, non fa solo una cosa giusta. Fa una cosa intelligente. Perché rimette in circolo valore che altrimenti resterebbe fermo, invisibile, inutilizzato.

Una domanda da cui ripartire

Forse dovremmo partire da qui, ogni volta che parliamo di lavoro e fragilità.

Non chiederci soltanto quanto costa accompagnare una persona dentro un percorso, ma quanto ci costa lasciarla fuori. Non chiederci soltanto se una persona fragile possa essere produttiva, ma quale tipo di contesto può permetterle di esserlo senza consumarsi. Non chiederci soltanto cosa manca, ma cosa potrebbe emergere se smettessimo di guardare le persone solo dalla parte della loro ferita.

Perché il vero spreco non è dare tempo a qualcuno che ne ha bisogno.
Il vero spreco è convincersi troppo presto che quel qualcuno non abbia più nulla da dare.

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