Robert ha 48 anni, viene da Parigi e vive in Italia da sei anni. A raccontarlo così sembra l’inizio di una biografia...
Il valore nascosto dei vuoti: perché il lavoro deve imparare a leggere le pause
Il valore nascosto dei vuoti: perché il lavoro deve imparare a leggere le pause
Nel linguaggio del lavoro si chiamano “gap”. Si tratta di “vuoti” all’interno del CV. Periodi non spiegati che lasciano dubbi ai selezionatori, delle vere zone grigie. Sono tra le prime cose che un selezionatore nota e spesso tra le prime portano a scartare il profilo. Ma cosa succede se quei vuoti non sono assenze, ma trasformazioni? Se non indicano una mancanza, ma un processo? Nel caso del disagio psichico, questa domanda non è teorica: è strutturale.
Il problema: un sistema che premia la linearità
I modelli di selezione tradizionali sono costruiti su una logica semplice basati su un’equazione tra continuità e affidabilità. Un percorso lineare, senza interruzioni, è percepito come segnale di stabilità mentre ogni deviazione, invece, è fonte di sospetto. Questo approccio però ha un limite evidente che non tiene conto della complessità delle traiettorie reali. Secondo diversi studi europei sul mercato del lavoro, le persone con storia di disagio psichico incontrano ostacoli significativi proprio nella fase di selezione, a causa di bias impliciti legati a discontinuità lavorative, periodi di inattività, cambi di percorso non lineari. Questo si traduce in un risultato che porta a un doppio svantaggio: prima la difficoltà personale, poi quella professionale.
Il punto cieco: cosa succede dentro quei vuoti
Un “vuoto lavorativo” viene spesso interpretato come assenza di attività ma nel caso del disagio psichico, è esattamente il contrario. Si tratta di periodi ad alta intensità esperienziale, in cui la persona deve gestire della propria condizione, affrontare percorsi terapeutici. Tutto ciò è condito dalla difficoltà di ricostruire la propria autonomia e ridefinire la quotidianità È un vero e proprio lavoro invisibile ed è spesso il lavoro più difficile che una persona possa fare.
Competenze che non compaiono nei CV
Da questi percorsi emergono competenze che raramente vengono riconosciute, ma che sono estremamente rilevanti nel contesto lavorativo contemporaneo.
1. Consapevolezza di sé
Capire i propri limiti, riconoscere i segnali di stress, gestire le proprie energie.
2. Resilienza reale
Non quella dichiarata nei CV, ma costruita attraverso esperienze concrete di difficoltà.
3. Capacità di adattamento
Riorganizzare la propria vita richiede flessibilità e problem solving.
4. Gestione della complessità emotiva
Competenze sempre più richieste in contesti lavorativi ad alta intensità relazionale.
5. Autonomia progressiva
Ricostruire routine e responsabilità passo dopo passo.
Queste competenze non sono teoriche ma sono interiorizzate e in molti casi più solide di quelle acquisite in contesti tradizionali.
Il nodo: come renderle visibili
Il problema non è solo il riconoscimento ma la traduzione in quanto il mercato del lavoro parla un linguaggio preciso: risultati, ruoli, obiettivi, KPI. Le esperienze legate al disagio psichico parlano un altro linguaggio fatto di processo, trasformazione e ricostruzione, e senza un ponte tra questi due linguaggi, il valore resta invisibile.
Ripensare la selezione: da screening a lettura
La selezione inclusiva non è una questione di “apertura mentale” ma una questione di metodo. Serve passare da una logica di screening a una logica di lettura. Non bisogna chiedersi: “perché c’è questo vuoto?” ma: “cosa è successo in questo periodo?”
Questo cambio di prospettiva permette di trasformare un elemento penalizzante in un elemento informativo.
Strumenti concreti per le aziende
Alcune pratiche stanno emergendo come efficaci nel rendere i processi di selezione più inclusivi e aderenti alla realtà.
1. CV narrativi o funzionali
Valorizzano competenze e capacità invece della cronologia lineare.
2. Colloqui basati sulle competenze
Focus su situazioni gestite, problemi risolti, capacità sviluppate.
3. Domande aperte sui percorsi personali
Creano spazio per raccontare esperienze non convenzionali.
4. Formazione dei recruiter sui bias
Per riconoscere e ridurre automatismi inconsci.
5. Inserimenti graduali e flessibili
Che permettono una transizione sostenibile nel mondo del lavoro.
Il ruolo della persona: raccontarsi senza giustificarsi
C’è poi una responsabilità anche dall’altra parte le persone con vissuti di disagio psichico si trovano spesso davanti a un dilemma: raccontare o nascondere? Non esiste una risposta unica ma esiste una direzione possibile ed è quella di non raccontare in termini clinici ma in termini di competenze. Non bisogna parlare di “problema passato” ma di percorso che ha portato a sviluppare delle capacità. Questo passaggio complesso, ma decisivo sposta la narrazione da difensiva a propositiva.
Un tema che riguarda tutti
Il punto, in realtà, è più ampio: il mercato del lavoro sta cambiando. Le traiettorie lineari sono sempre meno frequenti e interruzioni, transizioni, e cambi di direzione stanno diventando la norma. In questo scenario, imparare a leggere i “vuoti” non è solo una questione di inclusione ma una competenza strategica.
Oltre lo stigma
Il rischio più grande è ridurre tutto a un tema di sensibilità ma non si tratta di questo. Si tratta piuttosto un tema di valore dove continuare a ignorare queste esperienze significa perdere competenze reali, costruite in contesti complessi e ad alta intensità. Riconoscerle, invece, significa ampliare il perimetro del talento.
Una conclusione semplice
Un vuoto non è sempre un’assenza ma a volte è uno spazio in cui succedono cose che non si vedono. Non bisogna necessariamente riempirlo ma imparare a leggerlo perché dentro quei vuoti, spesso, ci sono le competenze che il lavoro di oggi cerca davvero.
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